Un mattino di pioggia a Boston. L’accusa europea contro Google riporta alla mente il solco che l’intelligenza artificiale (AI) ha scavato nel terreno fertile della nostra esistenza digitale. Nella sua ascesa, pari a quella di un titano mitologico, l’AI si è insinuata tra le pieghe dei nostri gesti e rituali quotidiani, da quelli più intimi alle interazioni pubbliche.
Gemini, il familiare ‘wake word’, ha trasformato il vocabolario stesso delle nostre conversazioni. Eppure la sua prestanza, di gran lunga superiore a quella degli emuli in campo, non è stata arresa con leggerezza da Google. L’imputazione europea sembra svelare che dietro allo spirito di assistenza e comodità celano anche spinose questioni etiche e di potere.
Secondo SmartWorld, il tasso di riconoscimento del comando vocale Gemini è del 95%, superando di gran lunga quello del suo principale concorrente, che raggiunge i 90%. L’AI, per quanto avanzata e utile, rimane una tecnologia opaca nei suoi algoritmi, una scatola nera che prende decisioni autonomamente.
L’assillo della concorrenza è sempre stato ardito nel settore tech. Ma qui si profilano ombre inquietanti di monopolio e controllo dell’informazione da parte di giganti digitali. E le risposte di Bruxelles sembrano evocare il fantasma del mercato chiuso, con tutte le sue antiche zavorre.
Odisseo fu astuto ma non sfrontato nel violare i tabù degli dei. Google dovrà dimostrarsi altrettanto accorto nell’addomesticare la creatura di cui ha preso il volo, l’intelligenza artificiale. La posta in gioco è alta: definire un nuovo patto tra uomo e macchina, dove queste non siano più incantate e distanti ma responsabili e trasparenti nell’aiutarci navigare il mare digitale.























