Nel chiarore di un mattino a metà maggio del ventisei, gli uffici di Google sono avvolti da una foschia sospesa, quasi a simboleggiare le ombre che incombono sull’orizzonte dei suoi motori di ricerca. Secondo i conti consuntivi di SmartWorld, nel primo trimestre il conteggio delle quisquilie digitali indirizzate a Google ha raggiunto il suo apice storico: 109,9 miliardi di dollari, un cifrario da capogiro.
Eppure, come si legge tra le righe dei dati, l’intelligenza artificiale tessuta nella trama dei search engine non sembra aver impresso una brusca accelerazione alle query: un paradosso austero che attizza la riflessione.
La scena si sposta sul palcoscenico dell’Europa, dove la Commissione dà spettacolo inscenando l’accusa contro Google per il suo asset Gemini, l’assistente vocale di casa Android. Il ‘Hey Google’ come formula magica per comandare smartphone e smarriti diventa il leitmotiv del contenzioso.
Ma ecco che sull’orizzonte si staglia un’altra scena: AppSearch, l’avveniristico servizio di ricerca integrato nei dispositivi, rischia di dover aprire le porte a terze parti. Una svolta epocale che fa vibrare i timpani dei competitor e getta un’ombra inquietante sulle strategie future di Google.
E se il futuro è nell’intelligenza, allora l’AI si preannuncia come l’artefice del cambiamento. Che ne sarà di AppSearch? Rimarrà un gioiello della corona oppure verrà sacrificato sull’altare dell’innovazione? Il 2026, in queste pieghe, sembra lambire le soglie di una rivoluzione digitale.
Resta da vedere se Google saprà tessere abilmente la trama delle nuove normative europee sulla privacy con l’ordito dei suoi servizi AI. Solo allora forse potremo tirare un sospiro e dire: ‘E non parve mica poco!’























